Midda Bontor

Da Midda\'s Chronicles Enciclopedia.
Midda Namile Bontor
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Soprannome

Figlia di Marr'Mahew

Editore New Wave Novelers/Lulu.com
1ª app. 11 gennaio 2008
1ª app. in Il tempio nella palude
Sesso Femmina
Luogo di nascita isola di Licsia, arcipelago delle Licoseni, regno di Tranith
Data di nascita mese di Payapr
Professione mercenaria
Parenti

Midda Namile Bontor, meglio nota come Midda Bontor è un personaggio immaginario inventato da Sean MacMalcom. Protagonista della saga Midda's Chronicles, si impiega nella professione mercenaria principalmente qual pretesto per appagare il proprio desiderio di avventura e di sfida contro uomini e dei. Sposata con il semidio Desmair (cfr. La fortezza fra i ghiacci, ma compagna del locandiere shar'tiagho Be'Sihl Ahvn-Qa (cfr. Memento Mori e successivi), può elencare quali proprie principali antagoniste la propria sorella gemella Nissa Bontor (cfr. Ritorno alla città del peccato) e la regina Anmel Mal Toise (cfr. Trent'anni dopo), della quale è, in verità, divenuta parente attraverso il matrimonio con Desmair, figlio di quest'ultima.

Caratteristiche fisiche

  • Altezza: presumibilmente fra i cinque ed i sei piedi
  • Peso: presumibilmente fra le cento e le centodieci libbre
  • Corporatura: atletica, particolarmente generosa nelle proprie curve in particolare all’altezza dei seni
  • Carnagione: chiara, leggermente decorata da efelidi
  • Occhi: azzurro ghiaccio
  • Capelli: corti ed arruffati, tinti in tonalità nere corvine, per quanto naturalmente rossi
  • Segni particolari: la presenza di una cicatrice sul suo occhio sinistro; la presenza di un tatuaggio in colori azzurri e blu sul suo braccio sinistro; la presenza di un’armatura metallica nera con rossi riflessi sul suo braccio destro

Abbigliamento prediletto

Midda appare molto affezionata ai propri abiti, che tende a mantenere quasi sempre fino alla sopraggiunta usura degli stessi.

In origine (cfr. Il tempio nella palude e successivi) è stata mostrata come vestita da: una fascia di tonalità azzurre o forse violacee a stringere i seni, i resti di una casacca grigia priva di maniche a scendere dalle sue spalle, sdruciti pantaloni rossi ad avvolgere le gambe e calzari composti da vecchi stracci rossastri legati a protezione dei suoi piedi.

Successivamente, in Il collezionista di sassi, Midda presenta un completo di colore verde, composto da: una casacca senza maniche ma con cappuccio, pantaloni in tinta e fasce preposte a protezione dei piedi.

Recentemente, in Un villaggio sotto assedio, vi è stato un nuovo cambio di abiti, proponendo un completo tendente a un colore giallo-marroncino-dorato: una corta casacca senza maniche e con ventre scoperto ricavata dalla pelliccia di una sfinge, pantaloni di pelle morbida e immancabili fasce ai piedi.

Note biografiche

Nata sull'isola di Licsia, nell'arcipelago delle Licoseni del regno di Tranith, Midda è figlia di Nivre e Mera Bontor. Cresciuta accanto alla sorella gemella Nissa, è stata educata all'arte della lettura, della scrittura e del far di calcolo dalla nonna Namile.

Sin da bambina Midda ha dimostrato una decisa predilezione per l'avventura che, insieme a un deciso moto di incoscienza, l'ha portata ad abbandonare la propria isola natia come clandestina a bordo della Fei'Mish del capitano Mas Fergi. Riuscita a conquistarsi, malgrado tutto, un ruolo da mozzo, incontra su quella stessa nave un giovanissimo Salge Tresand, praticamente suo coetaneo, e Degan, che diventerà per lei il primo maestro d'armi. Maturata a bordo della Fei'Mish, Midda ritorna a Licsia solo dopo due anni di navigazione, ritrovandosi, purtroppo, lì accolta con astio dalla propria gemella. In sua assenza loro madre è morta, e Nissa accusa Midda di averla tradita e abbandonata. Dopo tale spiacevole confronto, Midda rifiuta qualsiasi ulteriore contatto con la propria isola natia, decidendo di votarsi definitivamente al mare.

Proprio al fine di evitare, dopo altri due anni, un inevitabile ritorno a Licsia, Midda convince Salge ad abbandonare la Fei'Mish per intraprendere una nuova vita su una nave tutta loro. Ha così inizio una nuova fase della vita di quella che, ormai, è divenuta a tutti gli effetti una coppia, a bordo di una goletta che ribattezzano Jol'Ange.

Dopo alcuni anni trascorsi serenamente a bordo della Jol'Ange, ormai quasi dimentica di ogni trauma passato, Midda è divenuta ormai donna, nonché terribilmente attaccabrighe, sempre nel desiderio di soddisfare la propria brama di sfida. Purtroppo un giorno, durante un assalto a una nave pirata, Midda rincontra Nissa, scoprendo come ella si sia votata alla pirateria nel desiderio di raggiungere una posizione opportuna a scontrarsi con lei. Il combattimento è così inevitabile e, purtroppo per Midda, Nissa sembra avere la meglio, giungendo a sfregiarla. Solo l'intervento di Salge permetterà alla donna la fuga, nel mentre in cui, tuttavia, una crudele maledizione di Nissa la interdirà al mare, pena la morte di tutti coloro per lei cari, a iniziare dallo stesso capitano della Jol'Ange.

In conseguenza della minaccia di Nissa, Midda decide di abbandonare Salge, la Jol'Ange e la vita da marinaio, per cercare un'occasione di futuro sulla terraferma. Purtroppo il proprio primo contatto con il regno di Kofreya non è dei migliori, dal momento in cui in Kirsnya ella viene catturata, processata e condannata per colpe imputate in realtà alla propria gemella, con la quale viene confusa. In tale occasione Midda perderà il proprio avambraccio destro, riuscendo successivamente comunque a fuggire a una condanna a morte.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce La canzone di Midda.

Per un paio di anni nulla, Midda scompare dalla scena pubblica, ripresentandosi, ormai ventenne, nella città del peccato, Kriarya, qual mercenaria in cerca di un qualche incarico. In tale occasione incontrerà per la prima volta lord Brote, con il quale darà inizio a una lunga e proficua collaborazione. Nei primi anni di professione, quand’ancora il suo nome non era famoso come in seguito, ha lavorato per diverso tempo al fianco di Ma'Vret Ilom'An, con il quale ha intrattenuto un'altra relazione sentimentale interrottasi nel momento in cui egli ha deciso di ritirarsi dall’attività di mercenario per cercare pace e isolamento fra le montagne.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Passato e presente.

Altre note

Comprendendo l’importanza di mantenere in forma il proprio corpo, Midda appare dedita con costanza giornaliera all’esercizio fisico, a costo di imporselo con una pausa durante una missione, prima del sonno o subito dopo il risveglio, con assoluta serietà.

Difficilmente Midda accetta un incarico unicamente in virtù della ricompensa offertale, preferendo favorire il proprio diletto nella sfida all’impossibile: ciò non nega in alcun modo la natura mercenaria del suo operato, nel corso del quale, anzi, sovente si riserva il diritto di riformulare la somma pattuita integrandola in conseguenza della difficoltà propostale.

Descrizione nel testo

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Da Il tempio nella palude (Episodio #001):

Due occhi color ghiaccio.

Il primo particolare che risaltava in lei era quello: un azzurro chiaro al punto da sembrar brillare di luce propria, tanto di giorno quanto di notte; un azzurro intenso al punto da incantare in esso non solo gli amici ma anche i nemici; un azzurro perfetto al punto da non poter sembrare appartenere ad un comune mortale, ad un banale umano quale lei era. Ma quegli occhi non erano semplici adornamenti, semplici pietre preziose poste ad offrire grazia e bellezza alla loro proprietaria: erano vigili nel loro scrutare, fulminei nei loro movimenti, precisi nelle loro valutazioni, spietati nelle loro condanne. Gli occhi come specchio dell'anima mostravano un'anima forte, forse anche troppo forte, un'anima che poteva far vacillare anche il cuore più saldo, un'anima che mai si sarebbe tratta all'indietro di fronte ad un pericolo.

Due occhi color ghiaccio troneggiavano sul di lei viso, adornato anche da un sottile naso e da rosee labbra. Una manciata di lentiggini apparivano quasi spruzzate sul naso, al centro di quel viso ovale leggermente appuntito verso il mento: il mento, poi, offriva una piccola fossetta che sembrava voler sottolineare un carattere ribelle in quella forma perfetta. Ma non era solo la fossetta a denotare qualcosa: sulla pelle chiara, quasi candida, uno sfregio appariva come blasfemia, posizionato nella forma di una lunga cicatrice verticale sull'occhio sinistro di lei. Attorno al viso, non così corti da scoprirle le orecchie ma non così lunghi da celarle il collo tornito, erano capelli corvini, lucenti nei loro riflessi, incantevoli nella loro fluidità: essi si offrivano lisci e compatti tali da apparire come un unico manto, ma al tempo stesso quasi enumerabili singolarmente in ogni fremito del di lei capo. La maggior parte delle donne, e degli uomini, consideravano sprecato un simile tesoro in un taglio così poco femminile, così castigato, che non permetteva di porre in risalto quei capelli tanto meravigliosi, tanto attraenti: se solo fossero giunti fino alla schiena, se solo avessero offerto un velo maggiore attorno al di lei capo, sicuramente la di lei bellezza sarebbe apparsa decuplicata. Ma chi sfoggiava senza timori una cicatrice sul viso come lei faceva, evidentemente, non desiderava assolutamente porre in risalto la propria beltà.

Scendendo lungo il collo perlaceo, scoperto e disadorno da ogni gioiello, per quanto qualsiasi artefatto non sarebbe mai potuto stonare attorno a quella forma meravigliosa, veniva offerta una vista che non concedeva più dubbi sulla natura di lei: donna e guerriera. La natura di donna era concessa dalla visione dei seni, forse prosperosi, impossibile dirlo, i quali si presentavano strettamente legati da una fascia di un colore indefinito fra l’azzurro ed il blu, a sua volta ricoperta dai resti sgualciti di una casacca grigio scura. Di entrambi i capi di abbigliamento non era comprensibile una precisa datazione ed ancor di più appariva difficile anche solo l’identificazione del tessuto e del suo colore: lo sporco ed il sudore impregnavano la stoffa in maniera tanto viva da sembrare averne preso il posto, segno di una vita che non voleva sottolineare ciò che normalmente era considerata femminilità in favore di altro. La natura di guerriero si mostrava sulle di lei braccia, muscolose fin dalle spalle, così larghe e forti che non si sarebbero distinte da quelle un giovane cavaliere: il braccio sinistro sfoggiava con orgoglio un complicato tatuaggio tribale, nelle cui spire sembravano impresse mille immagini senza che nessuna fosse però chiaramente identificabile; il braccio destro, al contrario, si presentava scoperto fino a pochi centimetri sotto la spalla, apparendo viceversa coperto da una solida armatura da quel punto in giù. Il metallo dell’armatura era scuro, con tonalità tendenti al rosso: non un frammento di carne poteva essere visto, neppure nelle pieghe di congiunzione, neppure fra una lastra e l’altra all’altezza della mano. E se le braccia, con le loro decorazioni e con i loro ornamenti, con i loro muscoli agilmente guizzanti sotto la pelle tesa e lievemente rigata dal sudore, non fossero state sufficienti a descrivere la loro proprietaria come guerriero più che come donna, nella mano mancina una spada era afferrata con vigore, lasciando scintillare la lama splendente di fronte a lei, in una lucentezza forse innaturale, una lucentezza inquietante non meno di quella dei due occhi color ghiaccio.

Guerriero ancor prima di donna, quindi, non celava però il proprio ventre, appena convesso e parzialmente scoperto dalla stoffa strappata della casacca superiore e sotto il quale si stringeva una sottile cinta a reggere i pantaloni: la stoffa, rosso scuro, non era ridotta in condizioni migliori della parte superiore dell’abito, e nella propria usura appariva forse fin troppo attillata attorno alle forme di lei, ponendo in risalto le gambe lunghe ed affusolate ed i glutei alti e sodi, forme scolpite nei muscoli, muscoli formati nel corso di forse troppe avventure. I piedi, a completare il quadro, erano rivestiti da due calzari, troppo rovinati per essere definiti stivali, legati attorno alle gambe da strisce di stoffa per evitare di poterli perdere in modo inatteso.

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Da Il collezionista di sassi (Episodio #400):

Due occhi color ghiaccio.

Un dettaglio immutabile, un particolare unico, ancor prima di ogni altro pur inconfondibile carattere fisico in lei: furono essi i primi a proporsi innanzi a me, al mio sguardo, nella loro perfetta purezza, disumana presenza, più simili a quelli di dea che di comune mortale. L’anima di chiunque, uomo o donna, si sarebbe potuta smarrire nel offrire attenzione a simili gioie, a pietre di valore inestimabile, superiori a qualsiasi zaffiro, turchese o diamante che mai la terra avrebbe potuto concepire nelle proprie incandescenti viscere: così fu anche per me, irretito oggetto del suo interesse in quel frangente, avendo attratto evidentemente la sua curiosità con il combattimento appena concluso. Simili gemme preziose troneggiavano sul suo viso, sulla sua candida carnagione appena arricchita da una spruzzata di lentiggini, quasi con la propria colorata presenza volessero offrire una minima imperfezione a quell’epidermide che altrimenti sarebbe apparsa simile a marmo, tutt’altro che negando la sua bellezza in ciò ma, al contrario, arricchendola. Un volto ovale il suo, appena affilato all’altezza del mento al centro del quale, comunque, una fossetta non mancava di ricoprire lo stesso ruolo già svolto dalle efelidi leggermente più in alto, rompendo un’armonia altrimenti assoluta ed in ciò aggiungendo ad ella solo ulteriore fascino, in una caratterizzazione inconfondibile. A turbare la quiete di simile spettacolo, volendo evidentemente ricordare la natura, pericolosa e letale, dell’individuo che si stava rimirando, era poi presente una cicatrice, un solco profondo, uno sfregio blasfemo, che attraversava metà del suo viso in corrispondenza dell’occhio sinistro: pochi, invero, si azzardavano a riferirsi a lei come “sfregiata”, nel momento in cui tale gioco avrebbe potuto costare loro la vita. Riuscendo a distaccare l’attenzione dai suoi occhi, poi, non potei fare a meno di notare come apparentemente solo essi e pochi altri particolari erano effettivamente rimasti uguali a quelli presenti nella mia memoria: i suoi capelli si concedevano sempre corvini, tagliati leggermente più corti rispetto all’ultima volta che avevo incrociato il suo cammino, più vicini alla lunghezza di precedenti incontri; il suo braccio destro si mostrava ancora nella propria tenebrosa lucentezza, dettata dal nero metallo con rossi riflessi che ne caratterizzava le forme fino a pochi pollici dalla spalla; il suo braccio sinistro, a sua volta, risultava immutato, nei propri tatuaggi, in complessi ed indecifrabili motivi tribali tipici delle isole tranithe e dei suoi marinai ed in incredibili sfumature azzurre indicanti una particolare provenienza meridionale di tale territorio. Ma, al di là di tutto ciò, difficilmente mutevole per ragioni più che naturali, furono i suoi abiti a presentarsi completamente diversi, nuovi, offrendo in ciò sorpresa per me e per tutti gli altri presenti, coloro che la conoscevano in maniera più che superficiale, Be’Sihl e Degan primi fra tutti. Se fosse stata una donna qualsiasi, ritrovarla con vesti diverse da quelle mostrate al precedente incontro, fosse esso avvenuto anche il giorno prima, sarebbe stata un’eventualità più che normale: ella, però, non era mai stata una donna normale, soprattutto da questo punto di vista. Da quando l’avevo incontrata, e chissà da quanto tempo prima ancora, la mercenaria aveva sempre mostrato un unico stile, un’identica apparenza, immutata ed immutabile forse più di altri dettagli quali il suo stesso corpo: i suoi abiti erano da lei sempre stati considerati quali una seconda pelle, un particolare da non poter violare, forse ritenendo impossibile o blasfema una tale eventualità. Ed in quel momento ella ci si offrì completamente rinnovata nel proprio intero abbigliamento. Il suo busto, prima a malapena celato all’altezza dei seni da pochi brandelli di stracci, si concesse avvolto strettamente e completamente in una robusta stoffa verdastra, ruvida, quasi grezza nel proprio apparire: fianchi, addome, seni, petto e schiena si proposero completamente negati allo sguardo da simile nuovo abbigliamento, che pur non riusciva a nascondere completamente la pienezza prorompente delle sue forme, almeno nelle loro dimensioni. Solo le braccia risultarono libere, restando scoperte fin dall’altezza delle spalle che, scolpite nella propria atletica composizione, rappresentavano l’unica pelle ora offerta allo sguardo del mondo: la casacca, chiusa sotto al collo da un intreccio di lacci sul fronte anteriore, pendeva altresì dietro allo stesso nel conformarsi in un ampio cappuccio, utile accessorio per proteggersi dall’umidità della notte, solitamente proprio delle cappe. Le gambe, un tempo avvolte in sdruciti pantaloni dal colore indefinito, tendente teoricamente al rosso, con una trama tenuta insieme unicamente dallo sporco accumulato nella medesima, si proponevano ora strette da una stoffa in tonalità verdi smeraldine, quasi brillante, attillata alle sue femminili forme tali da concederle massima libertà di movimento, totale possibilità di agire con scioltezza, agilità, nell’affrontare un combattimento o qualsiasi altro pericolo, ostacolo. Di rigida pelle marrone, a rompere il tema predominante del nuovo completo indossato dalla donna, apparve la cintola, posta attorno alla vita ed ai fianchi ad offrire sostegno per il fodero della sua spada bastarda, posta sul fianco destro a permetterne una rapida estrazione con la mancina: una cintura semplice, resistente ma non particolarmente elaborata, fatta eccezione per la fibbia, squadrata ed in tonalità argentate, unico elemento decorativo sulla medesima. Ai piedi, infine, per completare il nuovo quadro da lei offerto, si presentavano dei calzari del tutto assimilabili ai precedenti per quanto decisamente più nuovi, formati da pelle morbida e scura, stretta attorno alle sue forme in un intreccio di lacci, ancora saldati evidentemente fino ai polpacci ma non più visibili, come in passato, al di sopra dei calzoni, laddove questi ultimi si concedevano in sufficiente buono stato per restare liberi attorno ad essi e non intrappolati al loro interno come erano stati i loro predecessori. In tali sembianze Midda Bontor si mostrò agli occhi della cittadinanza di Kriarya, dopo un’assenza di poche settimane, neanche un’intera stagione, nel corso della quale stava offrendo, almeno esteticamente, prova di essere maggiormente cambiata rispetto a quanto non avesse fatto dopo un intero anno.

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Da Un villaggio sotto assedio (Episodio #1077):

La donna, così presentatasi allora alla sua attenzione, stava dimostrando quella che egli avrebbe potuto valutare essere all'incirca l'età di sua madre, forse un anno in più, forse un anno in meno, impossibile a definirsi con precisione, facendo sfoggio, nella propria maturità, di un corpo incredibilmente materno, qual solo sarebbe dopotutto potuto apparire in conseguenza di quelle stesse forme che subito, in lui, avevano richiamato l'idea della divinità regina del pantheon urashiano, principio femminile per eccellenza in quanto sposa, amante e madre, già intimamente invocata un istante prima della sua stessa apparizione. Simile profilo, a uno sguardo più attento, avrebbe tuttavia facilmente proposto non solo la dolcezza di forme meravigliosamente femminili, ma anche la forza, l'energia di larghe e forti spalle, braccia e gambe toniche nella propria formazione atletica, e un addome sì appena convesso, e pur a sua volta ornato dalla presenza di una solida muscolatura, qual solo sarebbe potuta essere quella di una donna non tanto abituata a esser servita e riverita, qual dea o regina, quanto, piuttosto, ad agire in prima persona e, forse, persino a combattere, impegnandosi quotidianamente in tanto aspra via, in tal severo modo per la difesa di sé, dei propri valori, dei propri principi. Non solo quell'incredibile fisicità, tuttavia, avrebbe potuto richiamare a suo riguardo l'idea, il pensiero proprio di un'eroina abituata a lottare per ottenere quanto desiderato, quanto bramato, quant'anche l'evidenza di molti altri elementi atti, di volta in volta, a offrire giusto compenso, contrappunto, nel confronto con l'idea di una dissimile natura, propensione, volta più alla creazione che alla distruzione. Per tal ragione, morbide e carnose labbra rosate, dalle quali qualunque uomo avrebbe voluto suggere amore nella propria essenza più pura, erano così contrapposte a gelidi occhi color del ghiaccio, apparentemente incapaci, impossibilitati in simile tonalità a concedere qualsiasi altro annuncio diverso da quello di un tremendo pericolo, di un'ineluttabile fine. E, ancora, molteplici spruzzate di efelidi su pelle color avorio, o forse latte, uniche note di colore su quella meravigliosa epidermide che qualunque uomo avrebbe voluto ricoprire di baci e di carezze, si ponevano in tremendo e violento contrasto con un'atroce sfregio presente a solcare longitudinalmente il suo volto sul fronte sinistro, in corrispondenza dell'occhio lì presente, qual evidente conseguenza di un colpo potenzialmente letale dal quale, pur sopravvissuta e, incredibilmente, pur non menomata, l'aveva per sempre lasciata oscenamente marchiata. Senza ignorare come un lungo, affusolato e tornito collo, sì degno, nelle proprie porzioni, nelle proprie forme, di una stupenda statua di dea all'interno di un tempio, appariva quasi completamente dimenticato nella presenza, attorno a sé, non di lunghi e fluenti capelli, atti a risaltare maggiormente il carattere indubbiamente femminile di quell'immagine, quanto di una chioma corvina scomposta, disordinata, con proporzioni non così limitate nella propria estensione da lasciare scoperta quella stessa elegante presenza e pur, al contempo, non sufficientemente lunghe da ornare completamente le sue spalle, da coprire la pelle lì lasciata svelata dagli abiti da lei indossati. Un bizzarro connubio fra la delicatezza propria dell'amore e la violenza intrinseca della guerra, fra la dolce protezione di una madre, l'incredibile sensualità di un'amante e l'oscena aggressività di una guerriera, quello da lei dimostrato, pertanto, che, pur rinnovando l'ipotesi di un legame con Heer, nell'incredibile dirompenza dei suoi seni non particolarmente celati, né celabili, dagli stracci su di essi presenti, non avrebbe neppur offerto disappunto in un ipotetico confronto con Deesa, dio della guerra, lasciandola, in ciò, supporre quale improbabile incrocio fra tali essenze divine. E se frutto di un mai rivelato reciproco interesse fra Heer e Deesa avrebbe allora potuto essere giudicata quella donna, assolutamente e indubbiamente mortale essa avrebbe dovuto essere accolta in conseguenza delle proprie vesti, quanto di più improbabile, almeno nel confronto con l'umano intelletto, associabile non solo a una dea, quant'anche a una qualsiasi donna, al punto tale da essere meritevoli di una considerazione a parte. I suoi piedi, innanzitutto, si ponevano non ricoperti da reali stivali, o altre calzature, degne di simile nome, quanto, piuttosto, delle lunghe strisce di stoffa, arrotolate strettamente attorno alle sue gambe da tali estremità fino all'altezza dei polpacci, in quella che, ove posta interrogazione a tal riguardo, sarebbe stata dichiarata quale scelta volta alla comodità ancor prima che all'apparenza, nella necessità di mantenere un contatto il più possibile trasparente con il suolo sotto di sé senza, in questo, rischiare di riservarsi danno. Al di sopra di simile spettacolo, le sue toniche gambe, le sue muscolose cosce, entro le quali poter trovare la gioia dell'amore o l'angoscia della morte con la medesima semplicità, erano allora fasciate all'interno di comodi pantaloni in morbida pelle marrone chiara, stretta in vita da una cintola di eguale tonalità lì preposta non tanto a sorreggere simile indumento, quanto, piuttosto, a offrirsi quale supporto per una seconda fascia ancora in cuoio dalla quale pendeva il fodero di una lunga spada, probabilmente dalla lama bastarda. Risalendo ulteriormente con lo sguardo e superando tale frontiera, poi, due dita di carne scoperta, di pallida pelle priva di ogni protezione, si dimostravano visibili all'altezza del suo ventre, prima di ritrovare le proprie forme nuovamente celate sotto una sorta di casacca priva di maniche e dall'ampia scollatura, indubbiamente particolare, originale, in effetti, non tanto in conseguenza del proprio bizzarro taglio, praticamente utile a fornire la copertura necessaria ai suoi seni nella loro curva inferiore e poco più, quanto, piuttosto, nella propria stessa natura, nel materiale con il quale era stata realizzata, non semplice stoffa, non comune pelle conciata quale quella dei suoi pantaloni, ma, addirittura, una corta pelliccia, nelle cui tonalità giallo dorate sarebbe facilmente potuta esser indicata qual di leone: non leone, tuttavia, bestia già sorprendente nell'ipotesi di un simile impiego, avrebbe dovuto esser identificato quale il proprietario originale di tale manto, quanto, incredibile e impossibile a dirsi, sfinge, creatura mitologica da quella stessa donna affrontata in tempi recenti e parte della cui pelle, in memoria di quell'incredibile avventura, le era allora rimasta propria. A eccezion fatta per il braccio di un'armatura di nero metallo dai rossi riflessi sul suo arto superiore destro e per un bracciale d'oro, di foggia shar'tiagha, sul suo arto superiore mancino, lì posto quasi fuori luogo al di sopra di un complesso tatuaggio tribale altresì caratteristico dei marinai di origine tranitha, null'altro in quel frangente copriva il suo corpo, marcando in tutto ciò uno scenario decisamente originale, se non addirittura unico, che in molti, nell'angolo sud-occidentale del continente, a cui anche Urashia apparteneva, avrebbero facilmente associato a un singolo nome, a una sola identità resasi particolarmente celebre, negli ultimi tre lustri, in conseguenza delle proprie straordinarie avventure, esperienze vissute ai limiti dell'umano ardire da una mercenaria nota come Midda Bontor e, da ormai cinque anni, anche come Figlia di Marr'Mahew, in onore di una divinità della guerra di un arcipelago di isole a ponente del regno di Kofreya, da lei difese durate un assalto di predoni dei mari.

Trent'anni dopo

Nel racconto Trent'anni dopo, dopo essere rimasta intrappolata per trent'anni in un limbo extra-dimensionale, Midda Bontor ritorna nel regno di Kofreya... ovviamente ormai sessantenne.

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A seguire, la descrizione del personaggio attraverso lo sguardo di Heska Narzoi nell'episodio #333, che la incontra nelle vesti di un cantore:

Seduta al centro di una piccola folla, ella reggeva lo zither sulle proprie gambe, mantenendolo fra il petto e la mano destra nel restare, così, libera di suonarlo con la mancina. Dolci si concedevano le note emesse da quelle numerose corde, sulle quali le dita della sconosciuta danzavano con maestria, con entusiasmo, capace di concedere un’energia vitale più unica che rara in quella musica, simile a quella di una novizia, di una ragazza alla sua prima occasione di contatto con simile strumento, quasi non avesse sognato di poter fare altro per anni, quasi avesse a lungo desiderato potersi impegnare in tal senso senza averne la possibilità: difficile, però, credere ad una tale ipotesi, laddove per apprendere l’arte necessaria a gestire quel particolare strumento con tanta padronanza sarebbero occorsi anni di applicazione. Intrecciandosi alle note emesse dallo zither, poi, era la voce del bardo: non esattamente dolce, a tratti quasi graffiante, essa sarebbe forse potuta essere considerata meno piacevole rispetto ad altre tonalità, ad altri suoni, ma in questo non si sarebbe di certo concessa alle orecchie di alcuno comunque sgradevole. Al pari dei gesti da ella offerti, poi, in quella voce si concedeva una forza, un potere interiore incredibile, capace di risvegliare anche l’animo più apatico e coinvolgerlo nella propria canzone: quella donna, forse addirittura un decennio più anziana rispetto ad Heska, si concedeva con lo stesso entusiasmo per la vita, con la stessa energia che avrebbe dimostrato un ventenne o che, peggio, molti ventenni non erano in grado di dimostrare. In simile forza, i capelli ingrigiti dagli anni attorno al suo capo, insieme a diverse rughe su una pelle chiara, quasi pallida ed appena ornata da una spruzzata di lentiggini all’altezza del naso, sembravano quasi stonare, quasi apparire inopportuni, costringendo a ricordare che ella non era più una ragazzina, quanto piuttosto una donna ormai prossima all’ultimo grande ed immancabile appuntamento di tutti i mortali nelle aspettative di vita della loro epoca, del loro mondo. A compensare, comunque, una tale imposizione di anzianità in ella, si concedeva l’azzurro chiaro e tremendamente intenso, quasi simile a ghiaccio, dei suoi occhi o, meglio, del suo occhio, laddove solo il destro risultava visibile nel particolare taglio di capelli da ella proposto, il quale mezzo viso lasciava celato dietro ad una barriera di lisce ciocche. Fu proprio tale particolare, la tonalità fredda di quell’iride, tutt’altro che comune, a pretendere completamente l’attenzione di Heska, ritrovando in esso qualcosa che non avrebbe pensato possibile incontrare nuovamente, qualcosa che non sarebbe stato possibile incontrare nuovamente a meno di non illudersi vanamente che i morti non fossero più tali, che coloro considerati irrimediabilmente perduti potessero ritornare dall’aldilà a recuperare la vita, l’esistenza perduta. La prima volta in cui ella aveva incrociato uno sguardo tanto intenso, pur nel colore del ghiaccio, era stato il giorno in cui Marr’Mahew aveva preteso da lei il mantenimento dei propri voti, delle proprie preghiere, offrendole innanzi sua Figlia quale una sorella, scelta dal fato per salvarla e donarle nuova e più intensa vita.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Trent'anni dopo.

Futuro

Nel racconto Futuro, viene offerta, senza particolari spiegazioni a contorno, un'inedita versione quarantenne di Midda Bontor, con un'avventura non ambientata entro i consueti confini del suo mondo ma all'esterno degli stessi, nello spazio profondo, qual capo della sicurezza della Kasta Hamina, una nave spaziale.

Midda Bontor by TekTek.org

A seguire, la descrizione del personaggio attraverso lo sguardo di una comparsa nell'episodio #977:

Se in un confronto diretto con lei, il capo della sicurezza sua compagna di ventura e accompagnatrice in quella breve missione, sarebbe allora apparsa forse meno sensuale rispetto al proprio comandante, nessuno avrebbe potuto, in fede, definire qual sgradevole la seconda figura femminile lì presente, padrona, a propria volta, di evidente fascino e di indubbio carisma nel confronto con il quale pochi uomini, forse nessuno, avrebbe potuto offrire disdegno. A definire maggior distanza fra le due donne in termini di mera bellezza fisica contribuiva chiaramente, meno attenzione, meno cura nella scelta del proprio abbigliamento in Midda, risultato trasparente di un'attenzione in lei più rivolta alla praticità che all'eleganza o, banalmente, alla possibilità di attrarre a sé l'interesse di un qualche esemplare umano maschile: in verità, sebbene avesse superato da qualche tempo il traguardo dei quarant'anni, se solo ella avesse voluto avrebbe probabilmente potuto competere senza problema alcuno con la propria più giovane compagna, nell'offrire evidenza di una pelle ancora fresca, incredibilmente chiara nella propria carnagione e ornata da leggere spruzzate di efelidi, tali da concederle un'aria quasi sbarazzina, priva della maturità per lei pur propria. Oltre a tali particolari, e accanto agli occhi color ghiaccio e alla tremenda cicatrice posta sul sinistro immediatamente notati dall'uomo loro avversario, a completare il quadro offerto dal suo volto, avrebbero poi dovuto essere citate labbra non meno carnose, o cariche di passione, rispetto a quelle dell'altra, sopra a un meno segnato da una piccola fossetta al proprio centro: a circondare quel viso, ancora una volta in apparente contrasto alla volontà di apparire in quanto donna, erano poi corti, cortissimi, capelli rossi, lì ordinati non con un taglio marziale, tipico di molti soldati, e, ciò nonostante, così mantenuti sempre per questioni di comodità e praticità. Dove anche, tuttavia, la sua femminilità sembrava voler essere tanto severamente castigata dallo sfregio e da simile taglio di capelli, alcuna negazione sarebbe, poco sotto, potuta essere imposta in contrasto alla generosa abbondanza dei suoi seni, in proporzioni nettamente maggiori rispetto a quelli dell'altra, e pur, nonostante la loro inevitabile maturità, ancora sufficientemente colmi e sodi da poter generare inevitabile invidia in qualsiasi donna posta a suo confronto, oltre che prevedibile interesse in qualsiasi uomo sospinto in eguale posizione: simili forme, sebbene ipoteticamente celate sotto una tuta bianca da lavoro che mai avrebbe, per quanto abbondante, potuto negare tanta presenza, svelavano tutta la propria presenza per opera di una nera cerniera lasciata strategicamente maliziosamente abbassata sin quasi oltre la loro stessa curva inferiore, prima di proseguire, discretamente chiusa, lungo tutto l'addome di lei e, più in basso, sino all'altezza del suo basso ventre. Non solo tale cerniera, in effetti, appariva evidente, per il proprio colore nero, sul bianco di quell'abito tutt'altro che femminile, nella presenza, alla vita della donna, di una grossa cintura nera e di una coppia di bretelle di eguale tonalità da lì a risalire verso l'alto, nel congiungersi a due protezioni per le spalle ugualmente nere: tanto la cintura, quanto le bretelle, in effetti, avrebbero dovuto essere giudicate quali lì preposte non tanto per un ipotetico impegno rivolto al mantenimento di inesistenti pantaloni, ove parte della medesima tuta, quanto, piuttosto, a proporsi qual supporto per un lungo fodero da spada, presente sul suo fianco destro, e a una grossa guaina da arma da fuoco, altresì predisposta sulla sua schiena. In simile quadro, se gli arti inferiori si mostravano poi celati, oltre che dai pantaloni, anche da una coppia di altissimi stivali neri legati strettamente attorno alle forme sinuose di quelle gambe da un complesso intreccio di lacci, gli arti superiori non si riservavano un trattamento sì omogeneo: nel mentre in cui il braccio mancino, con i propri tatuaggi tribali blu e azzurri, si presentava tranquillamente celato sotto la manica della tuta, lì addirittura affrancata da un bracciale dorato a forma di serpente posizionato a metà fra spalla e gomito; il braccio destro era altresì posto in piena luce dall'assenza di qualsiasi stoffa a sua protezione, svelando in tal modo la presenza di una fredda protesi robotica, in lucente metallo chiaro, lì evidentemente impiegata in sostituzione di un arto originale perduto da tempo, forse in un incidente, forse in una battaglia, forse in altro modo, per quanto dato di sapere al povero Beri Vemil.

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